da Il Ticino, 23 marzo 2023
Vera e falsa
sussidiarietà
Secondo la celebre formulazione
del principio di sussidiarietà da parte di Pio XI, “siccome è illecito togliere
agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria
per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più
alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare […]
perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello
di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già
distruggerle e assorbirle” (Quadragesimo
Anno, n. 80).
Se decontestualizzato rispetto
all’intero corpus della Dottrina
sociale della Chiesa, il principio rischia tuttavia di assumere un significato
meramente procedurale. Esso viene cioè ridotto a criterio di distribuzione
delle competenze, di allocazione del potere. In tal senso, è ad esempio
invocato per sostenere l’opportunità – sempre e comunque – di un’organizzazione
in senso federale dello Stato, in contrapposizione allo Stato centralista; o per
massimizzare l’autodeterminazione dei singoli e dei gruppi; o, tutto al
contrario, per giustificare l’interventismo statale (o di organismi
sovranazionali) a fronte di presunte insufficienze dei livelli inferiori.
In realtà, leggendo il Magistero
nella sua integralità (soprattutto, dall’enciclica Libertas di Leone XIII sino alla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II), si osserva come il
principio di sussidiarietà sia strettamente correlato a quelli di giustizia e
di bene comune. La sussidiarietà infatti è concepita come il rispetto del
giusto ordine di relazioni tra persone, corpi intermedi, soggetti pubblici. Il
principio in questo senso tutela, non ogni volere arbitrario, ma l’autonomia
necessaria perché la persona, la famiglia, i corpi intermedi perseguano e
conseguano i propri fini naturali. E richiede, appunto, l’intervento di una
comunità superiore quando il perseguimento di tali fini incontri ostacoli non
superabili con le forze del singolo o della comunità di livello inferiore.
Marco Ferraresi