giovedì 23 novembre 2017

Dopo i referendum sull'autonomia, cosa?

Dopo i referendum sull’autonomia, cosa?

(Il Ticino, 17.11.2017)

A cosa sono serviti i referendum sull’autonomia regionale in Lombardia e Veneto dello scorso mese? Sono state spese inutilmente risorse pubbliche? Si potevano evitare, come in Emilia-Romagna, che ha domandato l’autonomia al governo senza consultare la popolazione?
Seppure sia calato il sipario dei grandi mass media, le novità degli ultimi giorni sembrano confermare le idee dei promotori del referendum: dopo l’amplissima vittoria del “sì”, il governo italiano ha deciso di avviare la trattativa per la concessione di maggiori autonomie ai sensi dell’art. 116, comma 3, della Costituzione. Al tavolo siede anche la stessa Emilia-Romagna, che nulla aveva ottenuto prima dei referendum di Lombardia e Veneto. E il governo, a mezzo del sottosegretario agli affari regionali, ha confermato l’intenzione di raggiungere le prime intese entro il termine della legislatura.
E’ solo un caso che le acque si siano mosse solo ora? No, non lo è. L’adesione popolare alla richiesta di maggiore autonomia, probabilmente, ha fatto comprendere come il tema stia a cuore a una vasta maggioranza dei cittadini delle grandi regioni del nord. In Lombardia il Consiglio regionale ha deliberato praticamente all’unanimità – opposizioni incluse, dunque – la scelta di dare seguito agli esiti del referendum. A fronte di ciò, e visto l’approssimarsi delle elezioni politiche, il governo non può permettersi di archiviare queste istanze.
Al di là delle strategie politiche, non va dimenticato che la richiesta di autonomia su materie quali il fisco, l’immigrazione, il mercato del lavoro, la sanità, l’istruzione, i beni culturali, è più che ragionevole. La Dottrina sociale della Chiesa ha tra i suoi principi cardine la sussidiarietà: alle istituzioni centrali occorre far ricorso solo quando i problemi non possano risolversi a un livello più vicino alle persone.
Ben vengano dunque maggiori poteri alle Regioni. L’autonomia attiva spirito di iniziativa e senso di responsabilità, e nulla ha a che vedere con le spinte indipendentiste di altre aree d’Europa. La cornice costituzionale entro cui essa si iscrive, inoltre, garantisce il giusto contemperamento tra le esigenze delle comunità locali e quelle della solidarietà a livello nazionale.
Marco Ferraresi

martedì 12 settembre 2017

Laici cattolici: a che punto siamo?

Laici cattolici: a che punto siamo?

(Il Ticino, 25 agosto 2017)

Noi laici cattolici abbiamo – va detto – la critica facile verso i nostri Pastori. Siamo spesso pronti a rilevarne errori e debolezze e, magari, a farne pubblicità con i social networks. Naturalmente, nella misura delle competenze possedute e del ruolo rivestito, è doveroso offrire alle gerarchie ecclesiastiche il proprio contributo, con retta intenzione di servire il bene della Chiesa (e non il prestigio individuale), che comprende senz’altro l’unità nella verità.

Tuttavia, non siamo altrettanto propensi all’esame di coscienza: eppure il laicato cattolico versa in una crisi preoccupante. Solo per fare alcuni esempi concreti, negli ultimi tempi abbiamo sentito celebri personalità invocare il distacco dei trattamenti vitali di Charlie Gard; richiedere l’approvazione del disegno di legge sull’eutanasia; giustificare l’introduzione del reato di omofobia; minimizzare il pericolo del gender, specie nelle scuole; sostenere lo ius soli senza adeguata riflessione, ecc.

Certo, ciascuno risponderà personalmente delle proprie esternazioni. Ma abbiamo anche delle responsabilità diffuse, che proverei a sintetizzare così. Anzitutto, non coltiviamo abbastanza, accanto al sapere tecnico relativo al nostro lavoro, lo studio della Sacra Scrittura e della Sacra Tradizione: particolarmente, della Dottrina sociale della Chiesa, che fa luce sulle sfide odierne. E questa impreparazione indebolisce, evidentemente, tutto il laicato cattolico.

Poi, per un malinteso rispetto umano – vorrei dire, per quieto vivere – ci asteniamo dalla correzione fraterna, e così lasciamo che l’errore si diffonda nei nostri gruppi laicali, siano essi parrocchiali o associativi.

Da ultimo, concentrandoci sulla dimensione orizzontale della fede – le relazioni umane, i rapporti istituzionali – trascuriamo di invocare con la preghiera, con la direzione spirituale e con la frequenza assidua dei Sacramenti, l’intelligenza e la forza di volontà di cui abbiamo assoluto bisogno per affrontare gli impegni del tempo presente.

Marco Ferraresi

venerdì 23 giugno 2017

Audio della conferenza di Mons. Luigi Negri a Pavia su Fatima e il nostro tempo

Qui il link audio della conferenza di Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara, tenutasi a Pavia, Istituto Maria Ausiliatrice, lo scorso 9 giugno, che ho avuto l'onore di poter introdurre. Era presente il Vescovo di Pavia Mons. Corrado Sanguineti

Fatima, giustizia e riparazione

Fatima, la giustizia e la riparazione

(da Il Ticino, 23 giugno 2017)

Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara, lo scorso 9 giugno ha tenuto presso l’Istituto Maria Ausiliatrice una conferenza sull’attualità del messaggio di Fatima, nel centenario delle apparizioni della Madonna. Era presente pure Mons. Corrado Sanguineti, che al Cuore Immacolato di Maria ha solennemente e pubblicamente consacrato il 13 maggio la nostra Diocesi.
Negri, tra le riflessioni, ha evidenziato il metodo educativo della Madonna a Fatima. Nostra Signora non ha nascosto l’inferno, con i suoi supplizi eterni, ai tre pastorelli pur bambini. Ben sapeva, ovviamente, che la visione li avrebbe profondamente turbati. Perché, dunque? Probabilmente per due principali motivi.
Anzitutto perché l’amore senza verità è, appunto, un falso amore. La dannazione, che essenzialmente consiste nell’eterna infelicità per la separazione definitiva da Dio, è una possibilità tremenda eppure reale. Fa parte del mistero della libertà dell’uomo e, contestualmente, della giustizia di Dio, che, pur disponibile al perdono, non può non punire il male. E’ l’amore veritiero di Maria, dunque, che ci spinge ad evitare il peccato per restare nella fedeltà a Dio Salvatore. E la Madonna a Fatima non ha esitato a dire che molte anime vanno all’inferno perché nessuno prega per loro.
Proprio questo è il secondo motivo della rivelazione della Madonna ai pastorelli. Ella li invitò a offrire preghiere, sacrifici e sofferenze per amore a Dio e in favore della salvezza dei peccatori, come piccoli intercessori che si uniscono all’unico Mediatore tra Dio e gli uomini.
Noi pure, ovviamente, dobbiamo avere a cuore la salvezza, non solo nostra, ma altrui. E siamo chiamati perciò a riparare alle offese inferte ai Cuori di Gesù e Maria, particolarmente quando perpetrate in forma pubblica, in spregio all’ordine divino e a scandalo dei più deboli e indifesi.
Ecco perché la Madonna a Fatima ha dettato quella preghiera che, forse, spesso diciamo senza adeguatamente meditare: “Gesù, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell’inferno, porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Tua misericordia”.
Marco Ferraresi

giovedì 4 maggio 2017

La legge sul fine vita è una legge sull'eutanasia

Mio commento alla proposta di legge sul fine vita, pubblicato su Il Ticino, 28 aprile 2017, p. 2

La legge sul “fine vita” è una legge sull’eutanasia

Il 20 aprile la Camera ha approvato la proposta di legge sul “fine vita”, che ora passa al Senato. Se approvata in via definitiva, introdurrebbe in Italia il diritto di morire; il diritto di essere aiutati a morire; il diritto di uccidere minori e incapaci di intendere e di volere. E’ per questo che, soprattutto in ambito cattolico, giuristi, medici ed associazioni stanno costantemente denunciando la deriva eutanasica dei lavori parlamentari.
Il testo della proposta di legge prevede infatti che la persona abbia, non solo il diritto di rifiutare cure e terapie, ma anche di interromperle, pure in caso di conseguenze letali. A fronte di ciò, al medico sarebbe impedito di compiere il proprio dovere professionale. Davanti per es. all’ordine del paziente di interrompere una terapia salvavita, il medico non potrebbe agire secondo scienza e coscienza, ma sarebbe obbligato ad obbedire per non incorrere in conseguenze civili e penali. In qualche caso, peraltro, per interrompere una terapia salvavita sarebbe costretto a un intervento, dunque a un atto di eutanasia attiva (o commissiva), come togliere una flebo contenente un farmaco necessario alla sopravvivenza.
Ma vi sono altre gravi novità. La scelta del rifiuto o della interruzione potrebbero stabilirsi anche attraverso disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Il paziente potrebbe dunque vincolare il medico per il futuro, magari ad anni di distanza. Il medico potrebbe disattendere le DAT solo in casi particolari e comunque con il consenso del fiduciario del paziente.
Ancora, la proposta di legge considera alimentazione e idratazione artificiali alla stessa stregua di terapie mediche. Dunque, il paziente avrebbe diritto di rifiutarle e interromperle, cioè il diritto di morire di fame e di sete, cui il medico non potrebbe opporsi.
Quanto a minori e incapaci, la loro sorte sarebbe nelle mani di genitori, magari esasperati dal dolore, e rappresentanti legali. A questi spetterebbe infatti decidere, in definitiva, se rifiutare o interrompere cure, terapie, idratazione e alimentazione. Solo qualora il medico si opponesse, un giudice potrebbe essere investito della questione e della decisione sulla sorte del soggetto.
Marco Ferraresi

lunedì 17 aprile 2017

I volti della morte e la vittoria di Cristo: omelia del Vescovo di Pavia

Merita segnalazione l'omelia del Vescovo di Pavia, Corrado Sanguineti, nel giorno di Pasqua. Qui il testo intero. Di seguito, un passaggio significativo:
"la morte ha altri volti, più nascosti, o più tollerati e giustificati, nella nostra cultura così povera di ragioni grandi per vivere e per sperare: ha il volto dei milioni di bambini che non sono nati, perché privati della loro vita ancora nel grembo; ha il volto di malati che, schiacciati dalla sofferenza e dalla disperazione, scelgono di farsi togliere una vita, divenuta per loro intollerabile, senza significato; ha il volto di donne, spesso povere, che per soldi prestano il loro grembo per ospitare una creatura che poi dovranno cedere ad altri; ha il volto di giovani e adolescenti che buttano via la loro esistenza, nelle notti di un divertimento artificiale, nell’alcool, nella droga, in una sessualità sempre più banale, svuotata di tenerezza, talvolta violenta.
Sì, carissimi fratelli e sorelle, c’è un duello drammatico tra la morte e la vita, tra il bene e il male, tra la speranza e il nulla, e a volte abbiamo l’impressione che la morte sia più forte, che il male faccia più impressione e presa. Eppure, proprio la risurrezione di Gesù irrompe come una luce che nessuna tenebra può soffocare: «Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa». Tutto sembrava finito e concluso nel silenzio di quella tomba, e invece, Cristo, attraversando fino in fondo il buio della sofferenza e della morte, ha aperto un varco alla Vita, ha spalancato per tutti noi la via alla risurrezione!"