domenica 14 ottobre 2018

Quale soggettività giuridica per il concepito? Conferenza

Che ne è del concepito, sul piano giuridico, a 40 anni dalla legge sull'aborto? Ne parliamo in una conferenza con Giuseppe Anzani

mercoledì 3 ottobre 2018

La legge sul "fine vita" è incostituzionale

Le Unioni Giuristi Cattolici di Pavia e Piacenza intervengono alla Corte costituzionale a proposito della legge sul "fine vita" (legge n. 219/2017). Qui il comunicato stampa

giovedì 21 giugno 2018

I bambini non si fabbricano: medici e biologi francesi si schierano

Una mia riflessione a commento del Manifesto di medici e biologi francesi contro l'estensione della fecondazione artificiale a coppie lesbiche e donne single:

http://www.puntofamiglia.net/puntofamiglia/2018/06/21/i-bambini-non-si-fabbricano-medici-e-biologi-francesi-si-schierano/

I bambini non si fabbricano: medici e biologi francesi si schierano

Cosa significa essere medici oggi? La risposta dal Manifesto sottoscritto da 130 professionisti francesi che si oppongono all’estensione, in Francia, della Procreazione Medicalmente Assistita a coppie di donne lesbiche o a donne single.
di Marco Ferraresi, presidente Unione Giuristi Cattolici di Pavia “Beato Contardo Ferrini”
21 giugno 2018 
Il beato Paolo VI, con l’enciclica Humanae vitae (1968), ha ribadito non solo il Magistero perenne della Chiesa cattolica sulla sessualità umana, ma quanto la stessa ragione naturale, posseduta da tutti gli uomini, è in grado di cogliere. Che, cioè, l’atto coniugale ha due inscindibili dimensioni: quella unitiva, perché esprime la donazione totale e reciproca degli sposi, che condividono tutto ciò che sono e che hanno; e quella procreativa, perché, per sua struttura, esso è in grado di generare la vita.
La separazione di queste due dimensioni può sortire le conseguenze più svariate. Oggi constatiamo con amarezza i frutti della violazione della legge naturale sulla sessualità e la procreazione. Paolo VI subì violenti attacchi per le parole di Humanae vitae: ma, a buon diritto, la sua enciclica può dirsi profetica.
Il “divorzio” tra sessualità e procreazione, già evidente nel ricorso alla contraccezione, che intenzionalmente preclude il concepimento, è oggi manifesto anche nelle pratiche di fecondazione artificiale (o, secondo l’espressione oggi più utilizzata, di procreazione medicalmente assistita, abbreviata con PMA).
Anche quando, per la PMA, si utilizzano seme e ovuli della coppia coniugata, essa resta sempre una tecnica gravemente contraria alla dignità sia degli sposi sia del concepito: degli sposi, perché “appaltano” la funzione generativa ad un laboratorio; del concepito, perché egli diviene un prodotto, appunto, di laboratorio, al cui assemblaggio partecipano soggetti terzi. Senza contare che, come noto, una elevatissima percentuale di bambini concepiti in provetta non vede la luce: ricorrendo alla PMA si accetta dunque il rischio, concreto e prevedibile, della morte precoce del bambino. Il che implica come, per giungere al prodotto desiderato, normalmente si passi attraverso una serie, più o meno ampia, di tentativi abortiti. Un numero considerevole di concepiti, il cui innesto nel corpo materno sia rifiutato, vengono poi crioconservati, cioè congelati, con bassissime probabilità di poter nascere un giorno.
Ovviamente, la PMA è ancor più inaccettabile quando si utilizzino cellule sessuali estranee alla coppia: qui, infatti, al concepimento partecipano pure soggetti esterni (detti “donatori”) che offrono i propri gameti. Il bambino si trova dunque ad essere figlio di persone che, con ogni probabilità, nemmeno mai conoscerà. Il che è inquietante, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche per la tutela dell’identità della persona.
La PMA, inoltre, accresce i rischi dell’eugenetica: diviene quasi irresistibile infatti, dinanzi ai concepiti in provetta, verificare la “qualità del prodotto”, così da preselezionare i soggetti meritevoli di impianto per la gravidanza. Per gli sfortunati che non beneficeranno di questo privilegio, si affaccia poi la tentazione dell’utilizzo sperimentale in laboratorio.
In questo quadro, è interessante conoscere, oltre ai pareri di moralisti e bioeticisti, quello di medici e biologi, i professionisti direttamente implicati nelle pratiche di PMA. E una sana testimonianza di cosa significhi essere medici o scienziati proviene oggi da un Manifesto sottoscritto da 130 professionisti francesi, che si oppongono all’estensione, in Francia, della PMA a coppie di donne lesbiche o a donne single. Simile ampliamento avrebbe non solo l’effetto di programmare bebè orfani di padri, cioè della necessaria seconda figura genitoriale, ma li renderebbe oggetto, ancor più, dei capricci di aspiranti madri ad ogni costo. Infine avrebbe ricadute devastanti sulla figura del medico e dello studioso della vita: una vera e propria “mutazione genetica”, che minerebbe pure il loro rapporto di fiducia con la gente.
Opportunamente, i firmatari del Manifesto ci ricordano che “la medicina è un’arte al servizio dei malati”, che “il primo motto del medico è di non nuocere”, che “non è compito del medico giudicare la vita”. E, ancora, che “la fabbricazione di bambini al di fuori della complementarietà uomo-donna è estranea agli scopi della Medicina”, e che “lo Stato non deve sconfinare chiedendo al medico di portare a termine delle azioni tecniche contrarie all’etica medica”.
Il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, tuttavia, ha contemplato l’estensione della PMA nel suo programma politico. Tornare sui propri passi, ascoltando le ragioni della scienza, sarebbe segno di umiltà e maturità umana.

mercoledì 20 giugno 2018

sabato 16 giugno 2018

I valori cristiani dopo le recenti elezioni politiche

Qui, sul mensile "Servi della Sofferenza", numero aprile 2018, una mia riflessione sui valori cristiani dopo le ultime elezioni politiche

Ancora su DAT ed eutanasia

Qui ripropongo, sulla rivista "Servi della Sofferenza", le mie riflessioni sulla legge n. 219/2017.
Qui invece il video degli interventi al convegno, sul medesimo tema, di cui al post precedente