martedì 7 gennaio 2020

venerdì 27 dicembre 2019

Papa Franceso, Rosario Livatino, la crisi del potere giudiziario

Papa Francesco, Rosario Livatino e la crisi del potere giudiziario
(da Il Ticino, 13.12.2019)

Il 29 novembre Papa Francesco ha incontrato i giuristi del Centro Studi Livatino in occasione del convegno nazionale dell’associazione, sul tema “Magistratura in crisi - Percorsi per ritrovare la giustizia”. Il Santo Padre ha preso spunto dall’evento per cogliere due aspetti, tra loro collegati, della crisi del potere giudiziario e del ruolo del giudice. Lo ha fatto ispirandosi al fulgido esempio del magistrato Rosario Angelo Livatino (1952-1990), vittima della mafia che combatteva nella sua professione. Giovanni Paolo II lo ha definito «martire della giustizia e indirettamente della fede».
Un primo elemento di crisi della giustizia concerne la difesa della vita umana. Il Papa cita in proposito le parole di Livatino contro l’eutanasia, che lucidamente affermava in una conferenza: «Se l’opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana […] è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l’opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni “indisponibili”, che né i singoli né la collettività possono aggredire». Francesco stigmatizza perciò quelle sentenze «per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato». Così, prosegue il Papa, i giudici «inventano un “diritto di morire” privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza».
Il secondo elemento di crisi attiene a quella superbia giudiziale che elude la soggezione del giudice alla legge, come se il potere di porre le norme regolatrici della vita sociale spettasse alla magistratura piuttosto che al parlamento investito dalla sovranità popolare. E come se al potere giudiziario fosse, anzi, attribuito il ruolo di correggere le scelte democratiche pretendendo di rieducare il popolo a nuovi valori, promossi per sentenza. Afferma il Papa che, sotto questo profilo, Livatino ha colto «i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti “nuovi diritti”, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo».
Marco Ferraresi

giovedì 28 novembre 2019

Corte costituzionale: no all'eterologa per le coppie omosessuali

Consulta: no all’eterologa per coppie omosessuali
(da Il Ticino, 15.11.2019)

Due coppie omosessuali femminili si rivolgono alle rispettive aziende sanitarie locali per accedere alla fecondazione eterologa e, così, ricevere seme maschile per realizzare un desiderio di genitorialità. Le aziende sanitarie respingono la richiesta, perché la legge n. 40 del 2004 ammette alla fecondazione artificiale solo le coppie di sesso diverso. Le interessate domandano così ai giudici competenti che venga ordinato alle aziende sanitarie di procedere alla fecondazione assistita. I giudici ritengono che la legge citata sia incostituzionale e sollevano pertanto la relativa questione dinanzi alla Corte costituzionale. Questa, con la sentenza n. 221/2019 depositata il 23 ottobre, rigetta i dubbi giudicando legittimo il divieto della fecondazione eterologa per le coppie omosessuali.
Secondo la Corte, infatti, la vigente normativa non discrimina illegittimamente le coppie dello stesso sesso rispetto a quelle di sesso diverso. In primo luogo, perché il desiderio di un figlio non può essere soddisfatto senza limiti, dovendosi tenere in conto anche altri interessi. In secondo luogo, perché la fecondazione artificiale è riservata, dalla legge n. 40 del 2004, a coppie patologicamente sterili o infertili, mentre la coppia omosessuale è per natura infeconda. In terzo luogo, perché, afferma la Corte, l’idea che la famiglia composta da un papà e una mamma “rappresenti, in linea di principio, il «luogo» più idoneo per accogliere e crescere il nuovo nato non può essere considerata […] arbitraria o irrazionale”. Dunque, il legislatore, al quale compete ponderare molteplici fattori quando si trattano delicate questioni di ordine etico, non ha posto norme incostituzionali.
Ci si domanda, per inciso, perché questa sentenza della Corte non abbia avuto particolare risonanza sui mass media, di solito pronti a enfatizzare ogni novità sui temi eticamente controversi.
Se la pronuncia appare corretta, pesa nondimeno (almeno) un’ombra su di essa. Secondo la Corte questa materia resta “aperta a soluzioni di segno diverso, in parallelo all’evolversi dell’apprezzamento sociale della fenomenologia considerata”. In altri termini: in futuro il legislatore potrebbe anche modificare le norme, consentendo la fecondazione eterologa anche alle coppie omosessuali, tenendo conto della mentalità sociale dominante. Come se, dunque, la presenza di un papà e di una mamma, per un bambino, fosse un principio negoziabile.
Marco Ferraresi

lunedì 14 ottobre 2019

lunedì 30 settembre 2019

Corte costituzionale: diritto di morire e obbligo di uccidere

Qui - sul sito dell'Osservatorio Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa - un mio commento circa la recente decisione della Corte costituzionale in tema di aiuto al suicidio